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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO  [ Numero 77 - Novembre 2005 ]
 Rifiuto di arruolarmi nella guerra dell’odio di Giovanni Dall’Orto

L’argomento in base al quale Israele costituisce la “terra di rifugio” per i gay mediorentali è diventato ormai talmente comune che spunta praticamente in qualsiasi dibattito che riguardi Israele e Palestina, come dimostrerà una ricerca in Rete con un qualsiasi motore di ricerca.
Cercare di saperne di più sul fenomeno mi pareva quindi interessante e credevo che, vista la quantità di persone che lo citano, documentarsi sarebbe stato semplice. Al contrario, l’inchiesta qui proposta [ Benvenuti in Israele ] ha richiesto diversi mesi di lavoro, dato che nessuno sapeva nulla sui fatti, che pure tutti nominavano di continuo come assodati.
 
Come in molti casi del genere, la fonte della notizia s’è infine rivelata un giornalista che, per sua stessa ammissione, è un “estremista”. Il che non implica che la notizia della difficoltà di vita dei gay palestinesi sia falsa. I gay palestinesi, come gli omosessuali di quasi tutti i paesi del Terzo mondo (quelli cattolici inclusi!) vivono una vita oggettivamente spaventosa, ma per sfuggire a questo destino hanno bisogno come prima cosa di democrazia, e quindi di uno stato a cui rivolgere le loro proteste. L’inesistenza di uno stato palestinese è invece oggi una comodissima scusa per le “autorità” per dare sempre la colpa ad altri, cioè ad Israele, senza mai assumersi le proprie.
Non credo che nessuno di noi avrebbe dubbi, dovendo scegliere, sul fatto di vivere in Israele o in Palestina: Israele. Ma questo non riguarda solo noi o solo i gay: vivere in un paese occupato da una potenza straniera da quasi quarant’anni non è sopportabile per nessuno. Nessuno, potendo scegliere, abiterebbe in Palestina (per lo meno non in una Palestina sotto occupazione militare straniera).
 
Il punto non è insomma questo, che non è mai stato in discussione. Il punto è che quando si ha a che fare con due popoli in guerra, e con la propaganda di guerra (alla quale per definizione ogni menzogna è lecita), l’esercizio del senso critico e la verifica delle informazioni sono un dovere a cui nessun giornalista dovrebbe sottrarsi, e la prudenza e la diffidenza sono un diritto di ogni lettore.
Dall’altro lato, Israele non ha certo bisogno di “amici” disposti a inventare di sana pianta le notizie (i gay buttati nei pozzi a morire, i gay costretti a diventare kamikaze, i gay condannati a morte...) pur di “aiutarla”. Se Israele avesse bisogno di menzogne per sostenere il proprio diritto a esistere, ciò significherebbe che pensa di non avere alcuna ragione veritiera per farlo! E questa sarebbe una tragedia, perché la sua battaglia sarebbe già perduta, nonostante le sue armi atomiche, le sue armi biologiche e le sue armi chimiche. Non sono infatti bastate tutte le armate del mondo occidentale coalizzate per mantenere in vita i regni crociati in Palestina, conquistati dall’occidente con le armi nel 1099, e perduti di fronte alle armi dell’oriente un secolo dopo...
 
Il capriccioso favore delle armi, come sa chi studia la storia, non è una base su cui fondare una nazione. Oltre mezzo secolo di guerra ininterrotta non ha reso affatto Israele il sospirato “rifugio di tutti gli ebrei del mondo”, ma al contrario il paese in cui dalla Shoah in poi è stato ucciso in assoluto il massimo numero di ebrei per il solo fatto di esser tali. Lungi dall’essere una patria accogliente, Israele è diventato un paese da cui lo scorso anno è emigrata (“probabilmente”: le cifre sull’emigrazione, la yerida, sono un “dato sensibile”, in Israele... verificare per credere) più gente di quanta ne sia immigrata (circa il 10% della popolazione ebraica israeliana, attorno alle 500.000 persone, vive ormai all’estero, fra loro anche familiari - figli e nipoti - dei politici al governo).
Questo è il risultato della “soluzione” affidata solo alle “ragioni della forza”. Bel risultato!
 
Come è noto, io credo che l’uso delle armi sia sempre un problema, e mai la soluzione di alcun problema. E credo quindi che si illuda chi, tanto in Palestina quanto in Israele, pensa di poter “risolvere” l’annosa questione israelo-palestinese attraverso l’uso delle armi.
Solo una soluzione che riconosca infine il diritto ai due popoli a costruire e conservare due stati indipendenti e di pari dignità (per esempio sulla base dell’Accordo di Ginevra, che è stato vergognosamente soffocato dai sostenitori delle armi) potrà porre fine a questo conflitto eterno, nel quale i propagandisti dell’odio (tanto in Israele quanto in Palestina) stanno oggi, lungi dal risolverlo, cercando di arruolare (con la scusa del presunto “scontro di civiltà”) tutto il resto del mondo.
Noi gay inclusi... come s’è visto.
 


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