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IL MENSILE GAY ITALIANO                      Numero 36 - Giugno 2002

 Un amore normale

Editoriale di Giovanni Dall'Orto 


A una vita normale e a un amore normale aspiriamo tutti, anche i gay più militanti. Ma la normalità per un omosessuale è una conquista e un punto di arrivo, non un punto di partenza.

Fare il profeta è talvolta redditizio, ma sempre rischioso, specie per fatti che devono accadere fra pochi giorni: il rischio d'una smentita è alto. Ma voglio correre questo rischio perché, se ogni cosa andrà come tutti ci auguriamo, mi pare che quest'anno il Gay Pride si svolgerà all'insegna d'una nuova "voglia di normalità" gay se non “banalità” (una festa di raccolta fondi per il PadovaPride il 15 maggio si intitolava “Banalmente uguali”!).

La normalità, si sa, è la cosa più banale e scontata che esista… eppure per i gay non è mai stata banale e scontata.
Prendiamo per iniziare l'esempio della sindaca di Padova, che ha finalmente dichiarato che continua ad essere contraria alla manifestazione dell'8 giugno, ma che il Comune e le autorità faranno lo stesso la loro parte.
Tradotto dal politichese, questo vuol (anche) dire che la polizia svolgerà il compito per cui è pagata da noi cittadini, compresi quelli gay: terrà a bada i fascisti di Forza Nuova, che per mesi hanno minacciato atti di terrorismo contro i gay, e garantirà il diritto a manifestare dei cittadini gay. Pare banale, è banale, ma in un Paese non "normale" come il nostro per arrivare a questa "banalità" ci sono voluti mesi di mobilitazione, polemiche quotidiane, scontri sulla stampa e nelle TV locali, e un'attività spossante da parte degli organizzatori. Eppure, se non si fosse ottenuta questa "banalità" il risultato avrebbe potuto essere catastrofico: l'esempio di Genova ci ha mostrato cosa succede quando la polizia lascia intenzionalmente agire indisturbati i sicari dei "black block" e attacca invece i manifestanti pacifici.
Forse (la verità non la sapremo mai) a questo risultato siamo arrivati grazie anche all'esagitazione dei nazisti, che ha finito per spaventare le gerarchie cattoliche, che tutto volevano fuorché diventare ostaggio d'un manipolo di terroristi che prometteva lo sterminio dei "froci" nel nome di sant'Antonio. Un colpo di testa di Forza Nuova è sempre possibile (quelli sono pazzi, in senso clinico), ma credo che "chi di dovere" abbia già fatto sapere alle sue pecore nere che non gradisce che a Padova i gay diventino il nucleo d'aggregazione d'una grande manifestazione contro la violenza e l'intolleranza fascista, specie se esercitate nel nome di sant'Antonio. Sapremo entro pochi giorni se le "pecorelle" obbediranno o no al loro "pastore"…
Tutto lascia comunque sperare che avremo una manifestazione "normale", tranquilla. L'Arcigay ha concesso di non passare col corteo vicino alla basilica di sant'Antonio, per non disturbare (o turbare…) i pellegrini, e la Chiesa ha concesso ufficiosamente, seppure a malincuore, il suo placet. E tutti vissero, e manifestarono, felici e contenti.
Ebbene, per arrivare a questo risultato "normale" ci sono voluti nove mesi di lotta da parte dei gay! Ecco un ottimo esempio di come per noi gay la "normalità" dobbiamo sempre conquistarla a morsi e spinte. Sempre.

La "voglia di normalità" è sempre stata molto forte nel mondo gay, come del resto fra qualsiasi minoranza. Questa "voglia" storicamente s'è espressa in due modi assai diversi:

Il primo, maggioritario e caldamente incoraggiato dal potere, dalla religione e dalla società, punta a negare e rinnegare la propria "diversità". Questo atteggiamento si esprime in una serie molto ampia di sfumature che vanno dall'onestamente omofobo "Io non sono frocio, ogni tanto trombo un frocio ma sono solo capricci passeggeri che non significano nulla, il frocio è l'altro" (tipica di chi si sposa e conduce la "doppia vita"), a versioni via via più sfumate che vanno dal "Io non sono davvero gay" (della serie: "è solo una fase passeggera,"), al "Sì, io sono gay, ma non sono una di quelle checche ripugnanti: io sono più nobile di loro" (direi l'atteggiamento predominante nel mondo gay di oggi: i froci sono sempre gli altri), fino al recente "Io non voglio definirmi, definirmi sarebbe ghettizzante" (un modo tortuoso per dire "io non sono frocio", di moda fra i gay omofobi di sinistra).

Il secondo, fin qui privilegio d'una minoranza, parte invece dal presupposto che sì, noi siamo diversi, anzi la diversità è un dato di fatto indiscutibile, ma che la nostra diversità è un valore e quindi è portatrice di diritti (e doveri) quanto lo è la "normalità". Questa è la visione del movimento gay che chiede, ed è un paradosso voluto, non l'eliminazione della "diversità" bensì il diritto "a una vita normale" anche per chi è "diverso".

Nel primo caso, "una vita normale" significa: "la stessa vita degli eterosessuali", nel secondo, "una vita diversa da quella degli eterosessuali, ma con le stesse gioie e gli stessi dolori, gli stessi diritti e gli stessi doveri, le stesse opportunità e gli stessi limiti". 
Come si vede, nel mondo gay, a seconda della filosofia in cui ci riconosciamo, usiamo le stesse parole ma diciamo cose diverse.

Queste due filosofie si sono scontrate e si stanno scontrando ancor oggi, sia nel mondo gay in generale, sia nel movimento gay. 
Per esempio, l'atteggiamento diffusissimo di coloro che dicono: "Io ai Gay Pride ci andrei, se non ci fossero tutte quelle checche scostumate e urlanti, e quei travestiti" (traduzione: "Io ai Gay Pride ci andrei se non fossero pieni di froci, che mi fanno schifo") mescola in modo bizzarro da un lato il riconoscimento del fatto che una "giornata dell'orgoglio gay" è una cosa in sé giusta, dall'altro il disprezzo per un gay che manifesta in modo "troppo" chiassoso il suo essere gay. Questo ibrido ideologico è un segno dei tempi che stanno cambiando: il gay omofobo sta perdendo la sua sicumera, e non osa più dire come un tempo che le rivendicazioni gay sono "assurde" e "pazzesche", magari anzi ne condivide più d'una. Ma al tempo stesso non vede (ancora) motivi né per essere orgoglioso della propria diversità, né per viverla come un valore, né soprattutto di tollerare altri gay che esprimono la loro diversità in modo diverso dal suo: "Diritto alla diversità sì, ma solo a patto che tutti i gay siano esattamente uguali a quello che sono io, e guai se qualcuno è diverso da me". Molto coerente…

Ma anche nel movimento gay c'è molta incertezza per questa evoluzione. Il World Pride ci ha mostrato che è finita l'epoca in cui i gay che si "manifestavano" erano solo quelli che aspiravano al secondo tipo di "voglia di normalità": senza l'apporto di moltissimi gay che aspirano al primo tipo, con i loro punti di vista un tantino vacillanti se non contraddittori, la manifestazione non sarebbe stata il trionfo che è stato.
È così successo che questi due fratelli "separati alla nascita" si siano infine reincontrati, ed abbiano scoperto di essere due mondi che parlano dialetti diversi, ma che con un po' di sforzo possono capirsi.

Sul rapporto fra la minoranza del movimento gay e questa maggioranza silenziosa e, spesso, un tantino omofoba, si sta giocando il dibattito su ciò che devono diventare i Gay Pride. Una parte di noi li vorrebbe mantenere momenti duri e puri a cui partecipa solo la minoranza che aspira al secondo tipo di "voglia di normalità". Un'altra parte li vuole aprire a chiunque sia gay. 
Io sono convinto - e l'ho già scritto in passato - del fatto che l'evoluzione dei Gay Pride da manifestazione di piazza elitaria a festa di massa dei gay, di tutti i gay di qualunque colore politico e capriccio sessuale, sia inevitabile: è già avvenuta ovunque nel mondo, quindi la sua trasformazione in tal senso anche in Italia è, una volta di più, un passo verso una situazione "normale". Posso sbagliarmi, ma questo è il mio punto di vista.

A mio parere personale in questo istante la cosa più importante che si fa nei Gay Pride è manifestarsi, cioè mostrare che ci siamo e soprattutto quanti siamo (tantissimi!). I nostri nemici hanno buon gioco nel liquidare come capricci di microscopici gruppuscoli richieste sensate come il riconoscimento delle Unioni civili: se l'Italia è l'ultimo grande Paese dell'UE a non prevedere un riconoscimento delle coppie gay un motivo ci sarà. E dare sempre e solo la colpa al papa è troppo comodo: dov'è in Italia un movimento di lesbiche e gay che sono in coppia e che chiedono, in prima persona, una simile legge? Non c'è. Stanno nelle loro case, le loro esigenze non le manifestano… e l'Italia continua a non approvare nessuna legge in tal senso. E perché dovrebbe, se nessuna la chiede con forza?
Se vogliamo che gli altri inizino a prenderci in considerazione e ci rispettino, mostriamoci, manifestiamoci. A cosa ci serve una manifestazione, se non a manifestarci?

Per questo chiedo ai lettori di Pride di partecipare e di portare con sé gli amici alle manifestazioni di quest'anno. Venite come siete, con la vostra "normalità", coi vestiti che usate ogni giorno. Giacca e cravatta, maglietta e jeans, o minigonna e tacchi a spillo che siano...
Chiedo in particolare di premiare gli organizzatori del "PadovaPride" che hanno saputo gestire in modo impeccabile una situazione difficile, evitando la rottura con la loro città ma ottenendo senza cedimenti o paure quel che chiedevano: normali permessi per una normale manifestazione di normali cittadini… diversi. E creando un precedente che servirà a tutti, nei prossimi anni.
Ma chiedo di premiare anche gli altri, perché ogni Gay Pride è importante e solo gli idioti ne boicottano uno. Fra tutti ricordo un Pride spesso negletto come quello di Catania che si svolge da sempre in mezzo a infinite polemiche e intimidazioni, bersagliato dalle diffamazioni sistematiche dei mass-media.

So che alcuni dei lettori di "Pride" vivono con disagio la propria omosessualità e con fastidio l'esistenza di altri gay molto diversi da loro, per esempio i travestiti. A costoro non prometto che tutti i gay presenti alle manifestazioni saranno tagliati e cuciti a loro misura: non lo saranno, perché siamo una comunità molto variegata. Ma siamo anche una comunità che si è prefissa d'insegnare alla società un valore molto importante: la tolleranza e il rispetto per chi è diverso da noi. Un valore che non possiamo insegnare agli altri se non lo pratichiamo per primi fra noi stessi.
Accettarci a vicenda per quel che siamo, con le nostre diversità, è il primo passo per costruire ciò a cui aspiriamo tutti, "popolo dei locali" e "gay del movimento" assieme, e che nessuno ci regalerà se non saremo noi a conquistarcelo: "una vita normale", un amore normale, la stessa serenità a cui hanno diritto i nostri fratelli o i nostri amici eterosessuali.
Tutto qui.

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